Nella lotta per la sopravvivenza (ma anche nella vita di tutti i giorni), spesso si confondono i termini resistenza e resilienza, attribuendo loro significati simili o interscambiabili. Tuttavia, è fondamentale comprendere la profonda differenza tra questi due concetti, poiché solo la resistenza incarna la vera essenza della sopravvivenza, consentendo di lottare, vincere e mantenere la propria dignità.
La resistenza è l'essenza stessa della sopravvivenza attiva. È la forza interiore che ci spinge a combattere contro le avversità, a non accettare passivamente le circostanze imposte, ma a lottare per cambiarle. Che si tratti di una dittatura che soffoca le libertà individuali, di un evento catastrofico che sconvolge la vita, di un'emergenza improvvisa o di un'ingiustizia palese, la resistenza è la chiave per affrontare la tempesta a testa alta.
Chi resiste non si piega. Perdura nella sua causa, utilizzando ogni mezzo a disposizione per evitare il peggioramento della situazione e, se possibile, tornare a uno stato di tranquillità e normalità. È attraverso la resistenza che si può vincere, assicurandosi il proprio posto e potere nella società. Pensiamo a chi si oppone a un regime oppressivo, rischiando tutto per la libertà; o a chi, di fronte a un disastro naturale, non si arrende al caos ma lavora incessantemente per ricostruire e recuperare. Questi sono esempi di vera resistenza. Un sopravvissuto che resiste non accetterà mai di mangiare pane ammuffito se quello è l'unico cibo offerto; cercherà con ogni mezzo il suo sostentamento, rifiutando di abbassare i propri standard e la propria dignità.
Al contrario, la resilienza, nel contesto della sopravvivenza attiva, si manifesta come l'adattamento passivo alle circostanze imposte. È il percorso di chi, non resistendo e quindi non agendo per cambiare la propria condizione, è costretto ad accettare ciò che gli viene offerto o imposto. La resilienza, in questo senso, è spesso un atto finale, un continuo abbassamento dei propri standard e delle proprie aspettative.
La persona resiliente non combatte per migliorare la propria sorte, ma si adatta al deterioramento delle condizioni. Questo porta a perdere sempre più terreno, a cedere sempre più spazi, fino a non avere più nulla. Dopo la resilienza, intesa in questo modo, c'è solo la sconfitta. È il sopravvissuto che accetta il pane ammuffito perché "è quello che c'è", senza cercare alternative, senza lottare per un pasto migliore. Questa accettazione passiva, pur potendo sembrare una forma di adattamento, è in realtà un lento scivolare verso la perdita di ogni risorsa e di ogni speranza.
La resilienza è diventata sempre più diffusa negli ultimi anni, un termine socialmente conforme e "carino" che, di fatto, normalizza l'accettazione di condizioni incalzanti e peggiorative considerate inevitabili dalla nostra società. È una "nuova normalità" da cui non si può o non si vuole sfuggire, e che molti accettano unanimemente. Snaturando la naturale potenza della parola resistenza, si è potuto fare breccia nella mente delle persone, liberandole dal fardello di reagire e pensare diversamente.
Certo, anche chi resiste può fallire e non riuscire nel suo intento. Tuttavia, sarà proprio lui ad aver tentato di creare una nuova condizione con le sue regole. Questo è il vero adattamento: uno step provvisorio per attutire una difficoltà, che verrà nuovamente affrontata non appena le possibilità lo consentiranno. Non solo, da una sconfitta superata, una persona resistente attuerà tutte quelle operazioni possibili atte a scongiurarne il ripetersi in futuro. Un resiliente, invece, seguirà semplicemente l'onda del cambiamento, senza mai prendere provvedimenti attivi. La continua accettazione, nella psiche di una persona, non può far altro che generare sconforto e arresa, caratteristiche che non devono assolutamente rientrare nel profilo di un sopravvissuto.
RESISTI E SOPRAVVIVI è il vero motto di un prepper.