È una fredda e cupa serata autunnale come tante altre. Siete a casa, sul divano, la televisione accesa più per compagnia che per interesse. Fuori piove, una di quelle piogge noiose e insistenti che in autunno non fanno nemmeno più notizia. Nulla che faccia scattare l’allarme.
Poi la luce sfarfalla. Una volta. Due. Tre. Alla quarta volta la corrente non torna più.
Il silenzio improvviso della casa è inquietante. Provate a muovervi nel buio, aprite un cassetto e recuperate la vecchia torcia che “poteva sempre servire”. Premete il pulsante: nulla. Morta da tempo. L’unica luce rimasta è quella fredda e instabile del cellulare.
Nel frattempo la pioggia cambia tono. Non cade più: si rovescia. L’acqua scorre con violenza lungo la strada, i tombini iniziano a rigurgitare, le grate sono già intasate da foglie e detriti. Dopo meno di mezz’ora sentite qualcosa di innaturale: un rumore basso, continuo. Guardate verso la porta d’ingresso e vedete l’acqua filtrare sotto lo stipite, lenta ma inesorabile.
Fuori la situazione è peggiorata drasticamente. Attraverso la finestra intravedete fari di auto che ondeggiano, veicoli spinti di lato come giocattoli, cassonetti che galleggiano. In quel momento capite una cosa con chiarezza brutale: non siete al sicuro.
Se aspettate troppo, potreste restare intrappolati.
Presi dal panico vi vestite in fretta. Le mani tremano, la mente corre ma non ragiona. Aprite armadi, frugate senza criterio. Nessun piano. Nessuna preparazione. Quando vi fermate un attimo vi rendete conto che avete solo il cellulare in mano. Nient’altro.
Un boato improvviso vi fa sussultare: un albero, sradicato dal vento, ha infranto una finestra. L’acqua entra anche da lì. Non c’è più tempo. Afferrate un ombrello all’uscio e decidete di uscire.
Appena fuori vi colpisce il freddo. Il vento è più forte di quanto immaginavate. L’ombrello si piega, vi protegge a malapena la testa. Le scarpe si inzuppano in pochi secondi, i pantaloni diventano pesanti, la giacca lascia passare l’acqua e non ha nemmeno un cappuccio. Siete bagnati, esposti, vulnerabili.
Intorno a voi è il caos totale. Nessun soccorso visibile. Persone che urlano, altre che corrono senza una direzione precisa. L’acqua sale, trascina via tutto ciò che incontra. Nel frastuono dell’acquazzone nessuno può sentirvi davvero.
Scivolate. Il telefono vi cade di mano e finisce in acqua. Quando lo raccogliete lo schermo è nero. Silenzio digitale. Siete isolati.
Continuate a muovervi finché trovate una zona più elevata: un muretto, una scalinata, un punto che vi permette almeno di non essere sommersi. Vi rannicchiate lì, tremando. Le ore passano lente. Non avete cibo. Non avete acqua potabile. I vestiti fradici vi rubano calore minuto dopo minuto. Il corpo inizia a reagire: brividi, rigidità, stanchezza. Sapete che vi state avvicinando all’ipotermia.
Il maltempo non accenna a diminuire. La notte sembra non finire mai. E nella vostra mente si fa strada un pensiero tanto semplice quanto devastante: tutto questo poteva essere evitato.
Uno zaino di sopravvivenza pronto vicino all’uscita.
Indumenti impermeabili.
Una torcia funzionante.
Un minimo di preparazione.
Piccole cose, ignorate per anni, che ora avrebbero fatto la differenza tra una fuga disperata e una gestione lucida dell’emergenza.
Se l’assistenza non arriverà presto, saranno davvero guai...