Aveva concluso il lavoro nel primo pomeriggio.
La trasferta era andata bene, una di quelle giornate intense ma soddisfacenti, passate in una piccola azienda di una cittadina montana, un po’ fuori mano. Guardò l’orologio e fece rapidamente due conti: se fosse partito subito, avrebbe potuto evitare l’hotel e rientrare a casa la sera stessa. Una cena in famiglia, il letto di casa propria. La scelta sembrava ovvia.
Salì in auto con quella sensazione piacevole di chi ha già la mente proiettata al ritorno. Prima di imboccare la strada chiamò a casa, avvisando che sarebbe arrivato per cena. Dall’altra parte del telefono c’era entusiasmo, normalità, la tranquillità delle cose che vanno secondo i piani.
La strada per tornare, però, non era delle più semplici.
Tornanti, tratti boscosi, chilometri di carreggiata poco trafficata. Con il calare del sole iniziò a scendere anche la nebbia, dapprima leggera, poi sempre più fitta. La visibilità diminuiva e l’andatura si fece prudente. I fari tagliavano il buio come lame corte, incapaci di restituire una visione chiara della strada.
Fu questione di un attimo. Un bivio poco segnalato, una curva presa con esitazione, poi un colpo secco. L’auto sobbalzò e si fermò di lato. Il rumore era inequivocabile. Accostò lentamente e scese per controllare: la ruota era squarciata, affondata in una buca di sterrato nascosta dalla nebbia.
Il primo pensiero fu quasi rassicurante.
Nessun problema, cambio la ruota.
Aveva il ruotino di scorta, il crick, tutto il necessario. Si sentì persino fortunato. Indossò i guanti del kit, accese la torcia del cellulare e iniziò a sollevare l’auto. Il terreno però era fangoso, scivoloso, e ogni movimento richiedeva più fatica del previsto.
Quando arrivò il momento di svitare i bulloni, la situazione cambiò.
La chiave in dotazione era economica, leggera, e i bulloni non si muovevano di un millimetro. Provò una volta, poi un’altra, usando sempre più forza. La chiave si fletteva pericolosamente. Il rischio di farsi male era concreto. Il sudore iniziò a colargli sulla fronte, il respiro diventò corto, le mani sporche di fango.
Capì che non ce l’avrebbe fatta.
Rimasto senza alternative, tirò fuori il cellulare e avviò l’app dell’assicurazione per chiamare l’assistenza stradale. Inviò la segnalazione. Proprio in quell’istante lo schermo si spense. Batteria esaurita. Dopo una giornata di lavoro, qualche telefonata e l’uso della torcia, il telefono lo aveva abbandonato senza preavviso.
Ora non sapeva se la richiesta fosse partita, non poteva essere richiamato e non poteva avvisare la famiglia del ritardo.
Il tempo iniziò a dilatarsi. Mise il triangolo, risalì in auto e si sedette sul sedile, esausto, affamato, con la nebbia che avvolgeva tutto e il silenzio rotto solo dal ticchettio del motore che si raffreddava. A casa, intanto, l’orologio continuava a scorrere. La cena pronta, poi fredda. Le chiamate senza risposta. La preoccupazione che cresceva minuto dopo minuto.
Tutto per una scelta apparentemente banale.
Tutto per una serie di piccoli dettagli sottovalutati.
Questa è una storia come tante.
Non estrema, non spettacolare. E proprio per questo realistica.
Sarebbe bastato poco per evitare quella situazione:
attrezzi robusti e adeguati avrebbero permesso di cambiare la ruota senza problemi; una semplice power bank avrebbe mantenuto il telefono operativo; qualche snack e una bottiglietta d’acqua avrebbero aiutato a restare lucidi, calmi, presenti.
La sopravvivenza, spesso, non riguarda scenari catastrofici.
Riguarda la capacità di prevedere il banale, di prepararsi al contrattempo più comune. Perché sono proprio le piccole cose, ignorate, a trasformare una giornata normale in una notte lunga e piena di incertezza.