Quando tutto è scoppiato, avevo già le idee chiare.
Non perché fossi coraggioso, ma perché mi ero preparato. Avevo fatto provviste, studiato percorsi alternativi, previsto scenari che molti preferiscono ignorare finché non è troppo tardi.
Sapevo che, se la situazione fosse degenerata, restare sarebbe stato il primo errore.
Avevo individuato da tempo un luogo preciso: una zona montana a un paio d’ore dalla nostra abitazione. Un vecchio paese abbandonato, o meglio ciò che ne restava. Ruderi dimenticati, muri spezzati, tetti crollati da decenni. Il nome originale si era perso nel tempo, e non compariva più nemmeno negli aggiornamenti delle mappe digitali. Per il mondo, quel posto non esisteva più. Per me, era un rifugio.
La vegetazione era cresciuta senza controllo, avvolgendo tutto. Rovi, alberi giovani, muschio. Un caos naturale che lo rendeva quasi invisibile, mimetizzato sia dall’alto che da occhi indiscreti. Per raggiungerlo bisognava lasciare l’auto ad almeno mezzo chilometro di distanza, nasconderla sotto un telo mimetico accanto a un albero e proseguire a piedi. Una stradina appena accennata, più un’intuizione che un sentiero, conduceva infine al paese. Da lì, la vera decisione era una sola: dove stabilirsi senza essere visti.
Non sapevamo quanto a lungo saremmo dovuti restare nascosti. L’unica certezza era che dovevamo allontanarci dalla nostra proprietà, ormai troppo vicina al teatro di guerra che avanzava. Posti di blocco improvvisati, rastrellamenti, prelievi forzati. Uscendo in anticipo avevamo evitato tutto questo. Non eravamo sereni, ovviamente. Lasciare la propria casa significa accettare l’idea che possa essere occupata, saccheggiata o distrutta. Ma la consapevolezza di essere al sicuro, io e mia moglie, rendeva quel peso più sopportabile.
Montammo la tenda all’interno di una corte abbandonata. Gli edifici erano troppo instabili per entrarvi, ma i muri rimasti formavano una sorta di recinto naturale, utile sia come schermo visivo che come perimetro di sicurezza. La tenda non era una scelta casuale: verde scuro, capiente, progettata per quattro persone e predisposta per una stufetta interna. In montagna le notti sono fredde anche quando non dovrebbero esserlo, e il calore non serve solo al corpo, ma anche alla mente.
Con la stufetta potevamo scaldarci e preparare cibo caldo senza tradirci. Nessuna fiamma visibile dall’esterno. Il fumo, l’unico segnale possibile, si disperdeva rapidamente: il vento, il terreno irregolare e l’oscurità totale della notte lavoravano per noi. In certi momenti mi rendevo conto che non stavamo solo sopravvivendo: stavamo scomparendo.
I primi giorni passarono lenti. Le notizie che captavamo con una piccola radiolina parlavano di escalation rapide, scontri, guerriglia urbana. Le prime vittime. Le prime zone distrutte. Ascoltavamo in silenzio, senza commentare troppo. Ogni parola trasmessa rafforzava la convinzione di aver fatto la scelta giusta.
Dopo alcune settimane la situazione sembrò bloccarsi. Poi, lentamente, le voci cambiarono tono. Dopo circa due mesi, l’emergenza sembrava rientrata. Non tornammo subito. Aspettammo che fosse ufficiale. In certi contesti, la fretta è più pericolosa della paura.
Le provviste, intanto, stavano finendo. Sapevamo che presto avremmo dovuto affidarci alla raccolta o alla cacciagione. Eravamo preparati anche a quello, ma avevamo scelto di non allontanarci troppo dalla base. Muoversi significa lasciare tracce. E le tracce raccontano storie a chi sa leggerle.
Quando finalmente tornammo a casa, facemmo una valutazione dei danni. Per nostra fortuna, la guerriglia non ci aveva toccati direttamente. La casa era ancora lì. Silenziosa, come se ci stesse aspettando.
Riempimmo di nuovo la dispensa, controllammo ogni attrezzatura, migliorammo gli equipaggiamenti in base a ciò che avevamo imparato. Non tornammo facilmente alla vita di prima, i nostri sensi rimasero in allerta perché la pace, a volte, è solo una tregua tra un'emergenza e l'altra.
La vera lezione non era stata la fuga, ma comprendere che la preparazione e agire in anticipo con un piano razionale e intelligente, è la chiave fondamentale per sopravvivere.